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Genitori e calcio giovanile 9-12 anni: aspettative, confronto e ruoli

Fascia d’età: 9-12 anni — Pulcini ed Esordienti Tra i 9 e i 12 anni il rapporto tra genitori, figli e calcio entra in una fase particolarmente delicata.…
Consigli 10 Set 2026

Fascia d’età: 9-12 anni — Pulcini ed Esordienti

Tra i 9 e i 12 anni il rapporto tra genitori, figli e calcio entra in una fase particolarmente delicata.

Il giovane calciatore comincia a valutare sé stesso confrontandosi con gli altri e a percepire l’abilità come una caratteristica relativamente stabile. Nello stesso periodo cambia anche il contesto sportivo: compaiono selezioni, inviti alle prove, differenze di categoria e i primi discorsi sul futuro.

Per la prima volta, quindi, il ragazzo non soltanto percepisce le aspettative degli adulti, ma è anche in grado di confrontare il proprio rendimento con quelle aspettative.

È proprio per questo che, tra i 9 e i 12 anni, il comportamento dei genitori può avere un impatto particolarmente importante.

Il sostegno percepito si associa a una maggiore percezione di competenza, più divertimento e maggiore persistenza nell’attività sportiva. Al contrario, la pressione percepita può associarsi ad ansia competitiva, perfezionismo disadattivo e maggiore probabilità di abbandono.

Aspettative dei genitori: il problema non è quanto sono alte

Quando si parla di genitori e sport giovanile si sente spesso dire che le aspettative sono dannose quando diventano troppo elevate.

La questione, però, è più complessa.

Non conta soltanto quanto un genitore si aspetta dal proprio figlio, ma soprattutto che cosa si aspetta e quanto l’approvazione sembra dipendere dal risultato.

Aspettative sul processo

Un’aspettativa può riguardare aspetti che il ragazzo può controllare direttamente.

Per esempio:

  • impegnarsi durante l’allenamento;
  • rispettare i compagni;
  • continuare a provare quando qualcosa è difficile;
  • ascoltare;
  • lavorare per migliorare.

Queste aspettative possono funzionare come una guida perché riguardano comportamenti sui quali il ragazzo può intervenire.

Aspettative sul risultato

Diverso è aspettarsi che il figlio:

  • segni;
  • sia titolare;
  • venga convocato;
  • venga selezionato;
  • vinca una partita.

Questi risultati sono soltanto in parte sotto il suo controllo.

Quando diventano il principale criterio con cui viene valutata l’esperienza sportiva, possono essere vissuti più facilmente come una minaccia che come uno stimolo.

Quando il ragazzo percepisce l’affetto come legato alla prestazione

Un altro aspetto importante riguarda il rapporto tra prestazione e approvazione del genitore.

Il ragazzo può percepire, anche senza che il genitore lo dica esplicitamente, che l’attenzione o l’approvazione aumentino dopo una buona prestazione e diminuiscano dopo una partita negativa.

Questo meccanismo può comparire attraverso segnali molto piccoli.

Per esempio:

  • il silenzio in auto dopo una brutta partita;
  • un entusiasmo molto maggiore nel raccontare agli altri una prestazione positiva;
  • una diversa partecipazione alle partite considerate più importanti.

Questi comportamenti possono contribuire a legare l’autostima del ragazzo al risultato sportivo e aumentare la pressione percepita.

Il confronto sociale tra i 9 e i 12 anni

In questa fascia d’età il confronto con gli altri diventa inevitabile.

Non è necessariamente negativo.

Il confronto con i coetanei può infatti aiutare il ragazzo a costruire un’immagine più realistica delle proprie capacità.

Il compito dell’adulto non è quindi eliminare il confronto, ma orientarlo in modo utile.

Confrontarsi con chi è a un livello simile

Un confronto con un compagno che si trova a un livello vicino al proprio può fornire informazioni utilizzabili.

Il confronto costante con il migliore della squadra o con un calciatore professionista rischia invece di mostrare soltanto la distanza che separa il ragazzo da quel modello.

Il confronto diventa utile quando permette di capire che cosa si può fare per migliorare.

Confrontarsi con sé stessi nel tempo

Una delle alternative più efficaci al confronto continuo con gli altri è il confronto temporale.

Invece di chiedere:

“Chi è più bravo?”

può essere molto più utile chiedere:

“Che cosa riesci a fare oggi che sei mesi fa non riuscivi a fare?”

La prima domanda produce inevitabilmente vincitori e perdenti.

La seconda permette a ogni ragazzo di riconoscere il proprio percorso.

Confrontare i processi, non soltanto i risultati

Anche osservare gli altri può diventare uno strumento di apprendimento.

Un ragazzo può imparare osservando:

  • come un compagno si prepara;
  • come reagisce a un errore;
  • come ascolta una correzione;
  • come chiede spiegazioni;
  • come affronta una difficoltà.

In questo modo il confronto non serve a stabilire chi vale di più, ma diventa apprendimento osservativo.

Attenzione al confronto tra fratelli

Il confronto tra fratelli può avere un impatto particolarmente forte perché avviene all’interno di una relazione affettiva.

Quando più figli praticano lo stesso sport, è importante evitare di trattare i loro percorsi come se dovessero necessariamente essere confrontabili.

Può essere utile differenziare chiaramente:

  • gli obiettivi;
  • le aspettative;
  • i tempi di crescita;
  • i momenti di attenzione dedicati a ciascun figlio.

Ogni percorso sportivo dovrebbe mantenere una propria identità.

Genitore, allenatore e ragazzo: il triangolo educativo

Il rapporto tra giovane calciatore, allenatore e genitore costituisce un sistema a tre poli.

Per funzionare correttamente, ognuno deve poter mantenere il proprio ruolo.

I problemi emergono soprattutto quando questi ruoli cominciano a sovrapporsi.

Il documento individua tre cortocircuiti particolarmente frequenti.

Delegittimare l’allenatore davanti al figlio

Criticare apertamente il tecnico davanti al ragazzo può creare un conflitto.

Il giovane riceve indicazioni da una persona che, contemporaneamente, sente essere messa in discussione dal genitore.

Questo rischia di ridurre l’efficacia delle correzioni e di mettere il ragazzo nella posizione di dover scegliere implicitamente a chi dare ragione.

Un eventuale problema con l’allenatore dovrebbe quindi essere discusso tra adulti e nelle sedi appropriate, non davanti al figlio o a bordo campo.

Parlare con l’allenatore al posto del figlio

Quando un genitore chiede continuamente spiegazioni sul ruolo, sul minutaggio o sulle decisioni del tecnico, può sottrarre al ragazzo un’importante occasione di crescita.

Tra i 9 e i 12 anni il giovane può progressivamente imparare a formulare personalmente alcune domande all’allenatore.

Per esempio:

“Su cosa devo lavorare per migliorare?”

Imparare a comunicare con il proprio tecnico è anch’esso un esercizio di autonomia.

Dare istruzioni tecniche diverse da quelle dell’allenatore

Un altro problema nasce quando il genitore fornisce indicazioni tecniche o tattiche che contrastano con quelle del tecnico.

Il ragazzo si trova così davanti a una doppia richiesta.

Un segnale particolarmente evidente è il giovane calciatore che, dopo un’azione, guarda immediatamente verso la tribuna anziché continuare a seguire il gioco.

La regola operativa può essere semplice:

gli aspetti tecnici e tattici appartengono all’allenatore; gli aspetti educativi ed emotivi appartengono al genitore.

I due piani possono incontrarsi attraverso un dialogo organizzato tra famiglia e società.

Come parlare con l’allenatore in modo costruttivo

Anche quando esiste un problema reale, il modo in cui viene comunicato può cambiare completamente il risultato del confronto.

Una comunicazione costruttiva può seguire quattro passaggi:

  1. descrivere ciò che si è osservato;
  2. spiegare come viene vissuta la situazione;
  3. chiarire la ragione concreta della propria preoccupazione;
  4. formulare una richiesta specifica.

C’è una differenza importante tra dire:

“Lei non lo fa mai giocare.”

e dire:

“Ho notato che nelle ultime tre partite ha giocato pochi minuti. Sono preoccupato perché lo vedo demotivato e vorrei capire su che cosa deve lavorare.”

Nel primo caso l’interlocutore viene accusato.

Nel secondo vengono fornite informazioni sulle quali è possibile costruire un confronto.

Il problema, quindi, non è necessariamente l’esistenza di un conflitto. È l’incapacità di utilizzarlo in modo costruttivo.

Quando un figlio dice di voler smettere di giocare a calcio

Tra i 9 e i 12 anni può capitare che un ragazzo dica di voler lasciare il calcio.

La prima reazione non dovrebbe essere necessariamente convincerlo a continuare.

È più utile cercare di capire che cosa sta realmente chiedendo.

Tra le motivazioni che possono essere associate all’abbandono troviamo:

  • percezione di scarsa competenza;
  • perdita del divertimento;
  • presenza di altri interessi;
  • difficoltà nel rapporto con allenatore o compagni;
  • pressione percepita.

Tre passaggi prima di decidere

Non decidere immediatamente dopo una partita negativa

Una richiesta formulata in un momento di forte emozione non deve necessariamente trasformarsi subito in una decisione definitiva.

È preferibile riprendere il discorso in un momento più tranquillo.

Capire che cosa vuole realmente lasciare

“Voglio smettere” può significare cose differenti:

  • voglio smettere di giocare a calcio;
  • voglio cambiare società;
  • non voglio più vivere il calcio in questo modo.

Sono tre situazioni molto diverse.

Verificare se il problema è sentirsi inadeguato

In alcuni casi la richiesta di abbandono può nascere da una percezione di scarsa competenza costruita attraverso il confronto con gli altri.

In queste situazioni può essere necessario intervenire sull’ambiente, non necessariamente interrompere l’attività.

Esiste però anche la situazione opposta.

Se il ragazzo manifesta in modo stabile, consapevole e non impulsivo il desiderio di interrompere, questa scelta deve essere presa seriamente.

Costringerlo a continuare può produrre soltanto un’adesione passiva e rimandare il problema.

Fratelli, campioni e social: tre confronti particolarmente delicati

Tra i 9 e i 12 anni esistono tre fonti di confronto che possono assumere un peso importante.

Il confronto con i calciatori professionisti

I ragazzi hanno accesso quotidiano alle prestazioni dei migliori giocatori del mondo.

Vedono però soprattutto il risultato finale.

Molto meno visibili sono:

  • gli anni di allenamento;
  • gli errori;
  • i periodi difficili;
  • gli infortuni;
  • i fallimenti;
  • il lavoro necessario per raggiungere quel livello.

Il problema non è osservare i campioni.

È osservarli senza conoscere il percorso che ha prodotto quella prestazione.

Per questo è utile raccontare il percorso, non soltanto il risultato.

Social media e video delle prestazioni

I social possono modificare il criterio attraverso il quale un ragazzo valuta la propria prestazione.

Le clip privilegiano naturalmente:

  • gol;
  • dribbling;
  • gesti tecnici spettacolari;
  • azioni individuali facilmente condivisibili.

Ma una parte importante della competenza calcistica è composta da comportamenti molto meno spettacolari:

  • posizionamento;
  • lettura del gioco;
  • scansione;
  • movimento senza palla;
  • scelta corretta;
  • collaborazione con i compagni.

Se il valore viene misurato esclusivamente attraverso ciò che “funziona” in un video, il ragazzo può sviluppare una rappresentazione distorta di ciò che significa giocare bene.

Il confronto con la storia sportiva del genitore

Anche frasi apparentemente innocue come:

“Alla tua età io…”

possono trasformare il passato del genitore in un altro parametro con il quale il ragazzo deve confrontarsi.

Il problema è che quel criterio è esterno al suo percorso e inevitabilmente influenzato dal ricordo dell’adulto.

Un principio può aiutare a gestire tutte queste forme di confronto:

il confronto è utile quando offre informazioni che permettono di agire; diventa dannoso quando mostra soltanto quanto si è lontani da qualcun altro.

Indicazioni pratiche per i genitori

Tra i 9 e i 12 anni può essere utile:

  • separare chiaramente l’affetto dalla prestazione;
  • formulare aspettative legate al processo;
  • lasciare progressivamente al figlio alcune comunicazioni con l’allenatore;
  • evitare di commentare continuamente le prestazioni dei compagni;
  • aiutare il ragazzo a confrontarsi con il proprio percorso;
  • non utilizzare fratelli o campioni come metro di paragone;
  • chiedere ciò che ha imparato, non soltanto che risultato ha ottenuto.

Indicazioni pratiche per gli allenatori

Il rapporto con le famiglie può migliorare quando la comunicazione non avviene soltanto nel momento in cui emerge un problema.

Può essere utile prevedere almeno alcuni colloqui strutturati durante la stagione nei quali discutere:

  • punti di forza;
  • obiettivi di sviluppo;
  • criteri di valutazione;
  • comportamento;
  • progressi.

La prevedibilità della comunicazione può ridurre molti conflitti.

Indicazioni pratiche per le società

Una società sportiva dovrebbe rendere il più possibile chiari i criteri utilizzati per:

  • formazione dei gruppi;
  • convocazioni;
  • gestione del minutaggio;
  • obiettivi delle diverse categorie.

Una parte della conflittualità con le famiglie può infatti nascere non necessariamente dai criteri scelti, ma dalla loro assenza o scarsa chiarezza.

Conclusione

Tra i 9 e i 12 anni il giovane calciatore entra in una fase nella quale il confronto con gli altri, le aspettative degli adulti e il proprio ruolo nel gruppo diventano sempre più importanti.

Il genitore non può eliminare queste dinamiche.

Può però aiutare il figlio a interpretarle.

Le aspettative possono concentrarsi sull’impegno invece che sul risultato. Il confronto può servire a imparare invece che a stabilire chi vale di più. Il rapporto con l’allenatore può diventare un’occasione per sviluppare autonomia anziché un terreno di conflitto.

Soprattutto, il ragazzo deve poter comprendere che la qualità della relazione con il genitore non dipende dalla prestazione della domenica.

Il calcio può essere un contesto straordinario per imparare a confrontarsi, affrontare le difficoltà e diventare progressivamente più autonomi.

Ma perché questo accada, ogni adulto deve riuscire a svolgere il proprio ruolo senza sostituirsi agli altri.

Bibliografia

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Sepio, D. Materiali sulla comunicazione costruttiva e sulla gestione dei conflitti.

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