FUTNET Interviste

“I ragazzi hanno diritto a essere visti”: intervista a Walter Sabatini

Walter Sabatini, tra i più illustri direttori sportivi del calcio italiano, è tra i valutatori Futnet. Nel corso della sua carriera ha scoperto e portato in Serie A calciatori diventati protagonisti…
Interviste 27 Lug 2026

Walter Sabatini, tra i più illustri direttori sportivi del calcio italiano, è tra i valutatori Futnet. Nel corso della sua carriera ha scoperto e portato in Serie A calciatori diventati protagonisti del calcio internazionale. In questa intervista, la seconda della serie Riconoscere il talento, Sabatini racconta il proprio rapporto con il calcio, la propria visione del talento e la ragione per cui ha scelto di far parte di Futnet.

Ho capito che era il mio destino

Quando ho visto un pallone, l’ho capito. Non lo posso spiegare in altro modo. Mi è stato messo in mano, quella cosa sferoidale, e ho capito che era il mio destino. Da quel momento non me ne sono più potuto separare.

Da solo uscivo, facevo notte a palleggiare, a sbattere la palla sul muro. Con tutte le rotture di scatole dei proprietari di casa, perché i palloni in inverno si sporcano e sporcano tutti i muri. E io ero uno sporcatore di muri eccezionale. Ma quando ho visto quel pallone ho detto: questa è la mia vita.

Poi la vita ti porta dove decide lei. Il campo, la panchina, il ruolo di dirigente. Ma la spinta è rimasta quella di un ragazzino che vede un pallone in cortile e capisce che non lo lascerà più andare.

La bellezza del gesto

Trovare talenti è soddisfare una curiosità. Guardi un ragazzo giocare e speri. Speri di vedere un gesto significativo, un movimento delle gambe, un tocco che ti dica qualcosa. Speri sempre.

Io sono un esteta. Mi piace la bellezza. Mi piace vedere giocare a calcio in una certa maniera, divertente. Quando vedo giocatori che fanno il sombrero ma non il sombrero fine a sé stesso — quello per cui poi perdi palla — ma il sombrero che dà un seguito alla giocata, allora sono appagato. È lì che riconosco il talento vero: nel gesto che non è mai solo un gesto, ma l’inizio di qualcosa.

Quando osservo un giovane calciatore guardo l’armonia nei movimenti, la velocità, la tecnica. Ma soprattutto guardo l’intraprendenza. Il coraggio irrinunciabile di prendersi delle responsabilità. Un giovane che ha paura del pallone non è ancora un calciatore. Uno che il pallone lo chiama, che vuole giocarlo anche nei momenti difficili della partita, sta dicendo qualcosa di sé che vale più della tecnica pura.

Il coraggio manca prima di tutto ai dirigenti

A volte lamentiamo la mancanza di talento. Ma quando il talento c’è, non lo vediamo. O non abbiamo il coraggio di spingerlo. Ed è un problema che nasce prima di tutto tra i dirigenti, poi arriva agli allenatori.

I dirigenti sono responsabili dell’acquisizione dei giovani e sono responsabili del loro percorso. Sono i primi a dover riconoscere il talento e i primi a dover creare le condizioni perché quel talento cresca. Se un ragazzo di quindici o sedici anni ha qualità e nessuno decide di crederci, la sua qualità si perde. Non perché il ragazzo non la possieda, ma perché nessuno ha avuto il coraggio di dare un segnale.

Il calcio italiano contemporaneo ha bisogno di dirigenti che si prendano questa responsabilità. Ed è una responsabilità che non riguarda solo i grandi club. Riguarda tutto il sistema, dai settori giovanili di provincia alle società di Serie A.

La passione dev’essere loro

Su cosa non può permettersi di disilludersi un giovane calciatore? Sulla passione.

Se un ragazzo non ha una passione vera che lo guida, è un problema. Il calcio a quattordici o quindici anni deve occupare la sua testa. Deve essere il centro. Non perché nessuno debba costringerlo, ma perché è lui a volerlo.

Se un giovane viene guidato solo da imprimatur che arrivano dagli adulti — dai genitori, dai dirigenti, dagli allenatori — è rovinato. La spinta esterna può sostenere per un po’, ma non regge nel tempo. Il calcio è troppo esigente. Chiede troppo. Solo chi ha una passione vera dentro riesce a stare in campo per anni, ad allenarsi ogni giorno, a rialzarsi dopo le sconfitte, a non mollare quando arrivano le difficoltà.

Chi gioca a calcio a quattordici o quindici anni deve pensare solo al calcio. E deve pensarci lui, non pensare al calcio perché gli altri gli hanno detto di farlo.

Essere visti è un diritto

Con Futnet vogliamo abbattere alcune barriere. Tanti dirigenti non vedono ragazzi che potrebbero essere visti. Tanti ragazzi non ricevono la possibilità di essere visionati.

Uno degli intendimenti di Futnet è proprio questo: vedere tutti i ragazzi che devono essere visti, che vogliono essere visti. Perché è un loro diritto. Non è una concessione che qualcuno fa a loro. È qualcosa che gli spetta se hanno le qualità.

Quando ero piccolo io si diceva “c’è un osservatore dell’Inter, c’è un osservatore del Torino”. Allora correvamo di più, giocavamo con più intensità. Vivevamo un’illusione perenne, ma un’illusione che ogni tanto si trasformava in realtà. Era il modo in cui il sistema di quel tempo intercettava il talento. Oggi quel modello non basta più. Le occasioni di essere visti sono più diseguali. Chi gioca in una società di provincia lontana dai grandi centri ha meno probabilità di essere osservato di un coetaneo che gioca in un settore giovanile di Serie A. E quel divario non dipende dalla qualità del ragazzo.

Futnet risponde a questo. Un giovane calciatore riceve una valutazione tecnica firmata da chi il calcio lo ha vissuto dall’interno. E il suo profilo diventa consultabile per chi opera nel settore. È un modo per restituire ai ragazzi qualcosa che gli spetta di diritto: l’occasione di mostrarsi, indipendentemente da dove giocano e da chi conoscono.

I genitori devono fare i genitori

Parliamo di famiglie, di padri e madri che accompagnano il figlio nel calcio. Cosa è importante che tengano a mente?

I genitori devono fare i genitori. È un compito difficilissimo. E lo devono svolgere al meglio. Il mestiere di un genitore non è andare in una tribunetta di un campo periferico a urlare al figlio o agli altri giocatori. Non è andare a lamentarsi dagli allenatori. Non è dire “mio figlio gioca poco”. Sono tutti comportamenti che pesano sul figlio, non lo aiutano.

Poi, se un genitore consegna il proprio figlio a una struttura sportiva, deve fidarsi. E si può fidare, perché chi lavora nei settori giovanili è quasi sempre in buona fede. Vogliono far bene le cose, vogliono che i ragazzi migliorino. Non sono complicati da altre urgenze. Fanno il loro lavoro con serietà.

Il rispetto per il lavoro degli allenatori e dei dirigenti dei settori giovanili è una parte del contratto educativo che una famiglia sceglie di firmare quando iscrive il figlio a giocare a calcio. Se manca quel rispetto, il ragazzo lo sente. E il primo a farne le spese è lui.

Il possibile calciatore

Cosa mi piacerebbe vedere tra cinque anni nel calcio italiano?

Vorrei che tra i ragazzi che noi consideriamo possibili calciatori — perché è questo che facciamo, indichiamo il possibile — il maggior numero possibile diventasse davvero un calciatore. Attenzione: non è che noi facciamo il calciatore. Noi guardiamo. Individuiamo il possibile. Il resto è del ragazzo, dei suoi allenatori, del percorso che farà, del lavoro che metterà.

Ma se il nostro sguardo, come valutatori Futnet, riesce a intercettare quelli che hanno davvero il potenziale, e se quel potenziale trova poi le condizioni per crescere, allora abbiamo fatto una parte del nostro compito. Se anche solo una parte dei ragazzi che passano da Futnet diventerà un calciatore vero, avremo restituito qualcosa a un sistema che ci ha permesso di lavorare a livelli alti per tanti anni.

Ai giovani calciatori dico questo: state sereni. Il calcio, se lo amate davvero, vi risponderà. E chi di voi vorrà farsi valutare da Futnet, sappia che troverà uno sguardo esperto, che ha visto migliaia di ragazzi diventare uomini, e che oggi vuole restituire a chi comincia lo stesso sguardo che qualcun altro, tanti anni fa, ha dato a lui.

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