FUTNET Interviste

“In Italia i talenti ci sono. Non li riconosciamo più”: intervista a Cristian Brocchi

Prima puntata di Riconoscere il talento, la serie di interviste ai cinque valutatori Futnet. Ospite di questo primo episodio: Cristian Brocchi, allenatore ed ex calciatore, tra i giocatori…
Interviste 14 Lug 2026

Prima puntata di Riconoscere il talento, la serie di interviste ai cinque valutatori Futnet. Ospite di questo primo episodio: Cristian Brocchi, allenatore ed ex calciatore, tra i giocatori più vincenti della storia del calcio italiano.

Cresciuto nel settore giovanile del Milan, protagonista di una carriera che lo ha portato dalla Serie C alla Serie A e alla Champions League, oggi Brocchi guarda al calcio giovanile italiano con lo sguardo di chi lo ha vissuto dall’interno e ne conosce i limiti attuali.

In questa intervista racconta il proprio percorso, riflette sulle responsabilità del sistema calcistico italiano nella dispersione del talento giovanile e spiega perché Futnet può rappresentare uno strumento in più per i giovani calciatori che vogliono farsi vedere.

Il momento in cui ho capito di potercela fare

«Me ne sono reso conto quando ho finito il primo anno di Serie A. Quello è stato uno dei miei punti di forza: quando ero ragazzo nel settore giovanile, quando ho iniziato la mia carriera, l’ho fatto con la testa di un ragazzino che aveva voglia di giocare a calcio, di divertirsi.

Secondo me la mia più grande forza è stata quella di pensare sempre alla prima partita che dovevo giocare. Non ho mai fatto viaggi mentali del tipo: “Se faccio bene questo campionato, l’anno prossimo sarò lì; se faccio bene, poi andrò ancora più su”. Io pensavo sempre a prepararmi per la partita successiva. Mi è capitato di farlo sempre.

Quando sono uscito dal settore giovanile, il primo anno sono andato in Serie C. Poi ho fatto tre anni in Serie C, un anno di Serie B e infine uno di Serie A. Non c’era l’attesa della Serie A, c’era l’idea di seguire i miei mezzi.

Ho sempre preparato la partita successiva, perché sapevo che le cose potevano cambiare da un momento all’altro. Ma allo stesso tempo non potevi arrivare in alto se facevi male la partita successiva».

In Italia i talenti ci sono. Non li riconosciamo più

«Non è che in Italia abbiamo smesso di produrre talenti. Continuano a nascere. Il problema è che abbiamo smesso di riconoscerli.

Ed è questo il male del nostro calcio in questo momento, che paghiamo poi ai livelli più alti, come punta dell’iceberg, con la crisi della Nazionale.

La cosa che mi fa arrabbiare, quando parlo dei giovani, è sentire dirigenti che dicono: “Non abbiamo più talenti”. È normale che, se non diamo la possibilità di giocare a questi ragazzi, non possiamo averli.

I talenti ci sono. Sta a noi metterli nelle condizioni di farsi vedere».

Il problema degli allenatori nei settori giovanili

«Il male più grosso è sicuramente la ricerca del risultato. Ma non è che ai nostri tempi non volessimo vincere: io, che giocavo nel settore giovanile del Milan, sapevo bene che dovevo giocare per vincere.

Solo che ci arrivavi in maniera diversa. Noi avevamo degli allenatori che allenavano i giocatori. Adesso gli allenatori allenano se stessi.

Non possiamo dare la colpa agli allenatori che allenano se stessi. Lo fanno perché c’è una fame diversa, un’ambizione diversa nell’arrivare più in alto. E perché? Perché gli allenatori dei settori giovanili sono sottopagati.

Prima quel ruolo lo facevano allenatori dilettanti, per passione, con un rimborso spese. Se lo fai per passione non hai l’ambizione di andare oltre.

Oggi, invece, io lo vedo con i miei figli: uno ha 16 anni, l’altro 19. Ho vissuto negli anni la loro crescita e ho visto tanti allenatori delle loro squadre, o di altre squadre affrontate.

Per loro è importantissimo arrivare primi, secondi o terzi. Perché l’anno dopo salgono di categoria, guadagnano qualcosa in più. Devono vivere anche loro, hanno l’ambizione di arrivare in alto anche per un discorso economico.

Allora io dico: mettiamo delle regole all’interno dei settori giovanili. Come si sono introdotte le fideiussioni per iscriversi ai campionati, mettiamo delle regole anche qui.

Se l’allenatore dell’Under 12 guadagna quanto l’allenatore dell’Under 17, non ti preoccupare che l’allenatore dell’Under 12 non avrà l’ambizione di salire soltanto perché magari guadagnerebbe 200, 300 o 400 euro in più al mese.

Se tutti guadagnano allo stesso livello, gli allenatori si specializzano nel proprio lavoro. E allenare i ragazzi diventa un mestiere serio».

Il ruolo dei genitori nel percorso di un giovane calciatore

«Molti genitori mettono sulle spalle dei figli il loro insuccesso. Io lo dico perché ho cinquant’anni e conosco tanti genitori: siamo peggio dei ragazzi.

Puntiamo sui nostri figli, mettiamo pressione sulle loro spalle, perché devono fare quello che magari noi non siamo riusciti a fare. Scarichiamo su di loro parte delle nostre responsabilità.

“Mio figlio gioca lì, mio figlio fa questo, mio figlio fa quell’altro”. Goditelo, tuo figlio. Sostienilo, accompagnalo. Non farne un motivo di vanto.

I miei nonni, i miei genitori avevano un motivo di vanto per il nipote o il figlio che giocava nel Milan, che era capitano, che magari giocava bene. Ma si fermava lì. Non andavano oltre.

Sai quanti ragazzini non vanno più avanti perché hanno trovato sulla strada allenatori che gli hanno abbassato l’autostima?

Se sei un ragazzino che è arrivato in un settore giovanile professionistico, vuol dire che sei stato selezionato. E se sei stato selezionato, vuol dire che delle capacità le hai.

L’allenatore ti deve migliorare, non abbattere. Ti deve aumentare le capacità: area tecnica, area tattica, area psicologica, autostima».

Perché Futnet è uno strumento in più per i giovani calciatori

«La cosa più bella, quando mi hanno parlato la prima volta di questo progetto, è stata la possibilità di dare uno strumento a ogni singolo ragazzo, e anche al genitore.

Perché la figura del genitore è fondamentale. Quante volte senti i calciatori affermati dire: “Ringrazio la mia famiglia, ringrazio i miei genitori che mi sono sempre stati vicini”? Il percorso conta.

Questo è uno strumento che permette al ragazzo di dire: “Non è vero che non mi vede nessuno”. Aumenta la possibilità di essere visto, di mettere in risalto le proprie qualità e caratteristiche.

Se io devo puntare su un difensore, non vado a vedere se fa un dribbling nell’area di rigore avversaria. Guardo le caratteristiche funzionali al ruolo. Questo strumento ti permette di mettere in risalto quelle che sono le tue qualità e le tue caratteristiche.

Poi è normale che, come dicevo, servano le persone giuste per lavorare sulle tue qualità e sui tuoi difetti. Ma se non sai quali sono le qualità e i difetti, come fai a migliorarli? Come fai a lavorarci?

Questo strumento ti dà un quadro completo della tua situazione: tecnica, tattica, fisica. Una radiografia a 360 gradi.

C’è poi il fronte dei genitori. Quanti ne ho conosciuti che mi dicevano: “Mio figlio è un fenomeno, non puoi capire”.

“Quanti anni ha?”

“Undici”.

Calma. Quando mi arriva una cosa così mi verrebbe da dire: fallo divertire, questo ragazzino. Sai quanti anni ha davanti? Sai quante difficoltà incontrerà?

Con Futnet, invece, quelle qualità si possono parametrare. E allora il genitore capisce meglio: in effetti questo ragazzino ha qualcosa in più. Questo ha qualcosa in meno da un certo punto di vista, ma qualcosa in più da un altro.

Si costruisce una scheda importante delle caratteristiche di questi ragazzini. Ragazzini che hanno tempo per arrivare: chi a 10 anni, chi a 11, chi è già dentro un percorso e magari ha bisogno soltanto di un piccolo passo in avanti.

Perché l’obiettivo qual è? Portare un giocatore di Terza Categoria a giocare in Seconda, un giocatore di Serie C a giocare in Serie B, oppure un giocatore di Serie B a giocare la Champions League.

Il calcio non è solo Champions League. Il calcio inizia dalla Terza Categoria e arriva alla Nazionale. In mezzo c’è una grande quantità di categorie nelle quali i ragazzi possono inserirsi, attraverso le loro capacità e le loro qualità.

E poi c’è il fatto di poter essere visti da persone che, per un motivo o per l’altro, non li avevano ancora osservati. Perché a te un ragazzino può piacere, a me no. Magari sono andato a vederlo, non mi è piaciuto, mentre a un altro piace.

Il percorso è differente per ogni singolo ragazzo».

Piano A e piano B: il consiglio ai giovani

«I ragazzi che iniziano un’avventura calcistica hanno il sogno di diventare calciatori.

Tutti dicono la stessa cosa: “Il mio piano A è diventare calciatore, il piano B è la scuola”.

Io dico l’opposto, a tutti: il piano A è diventare grande e assicurarsi un futuro senza calcio. Il piano B è il proprio sogno».

Cinque anni da oggi

«Quello che mi auguro, di qui a cinque anni, è di aver iniziato a professionalizzare gli allenatori dei settori giovanili. È la prima base da cui ripartire.

Il sistema calcio italiano deve mettere da parte la presunzione e inserire l’umiltà. Deve smettere di dire: “Noi italiani, noi italiani, noi italiani”.

Guardiamo chi ha fatto qualcosa di buono negli ultimi dieci anni, chi ha tirato fuori tanti giocatori. Non dobbiamo per forza copiare, ma dobbiamo prendere spunto dall’organizzazione che quei sistemi hanno messo in piedi.

Magari tra cinque anni saremo qui a dire: “Abbiamo Tizio, Caio, Sempronio, abbiamo tanti giocatori, i commissari tecnici possono scegliere”.

E grazie ai settori giovanili saremo riusciti a tirar fuori un numero importante di calciatori. Un numero tale per cui, quando arriveranno le qualificazioni mondiali, potremo restare sulla nostra poltrona con gli amici e una birra in mano, consapevoli che l’Italia sarà al Mondiale».

FAQ

Chi è Cristian Brocchi?

Cristian Brocchi è un allenatore ed ex calciatore italiano. Cresciuto nel settore giovanile del Milan, ha giocato tra Serie C, Serie B e Serie A, conquistando anche importanti trofei nazionali e internazionali.

Secondo Cristian Brocchi, in Italia mancano i giovani talenti?

No. Secondo Brocchi, i talenti continuano a nascere, ma il sistema calcistico italiano incontra maggiori difficoltà nel riconoscerli, valorizzarli e metterli nelle condizioni di giocare.

Qual è il principale problema dei settori giovanili italiani?

Brocchi individua uno dei problemi principali nella ricerca esasperata del risultato. Questa pressione può spingere gli allenatori a concentrarsi sulla propria carriera invece che sulla crescita tecnica, tattica e personale dei giovani calciatori.

Che ruolo dovrebbero avere i genitori nel calcio giovanile?

I genitori dovrebbero sostenere e accompagnare i figli senza trasferire su di loro aspettative personali o sogni irrealizzati. Il percorso deve appartenere al ragazzo e non diventare un motivo di pressione o di vanto familiare.

Perché Cristian Brocchi considera Futnet uno strumento utile?

Perché Futnet permette al giovane calciatore di presentare le proprie caratteristiche, ricevere una valutazione strutturata e aumentare le possibilità che il profilo venga osservato da persone competenti.

Cosa consiglia Cristian Brocchi ai giovani che sognano il professionismo?

Consiglia di considerare come piano principale la costruzione di un futuro personale e professionale anche al di fuori del calcio, mantenendo il sogno calcistico come un percorso da inseguire con impegno ma senza perdere equilibrio.

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